Il coraggio di superare la linea d’ombra

Dare una precisa definizione di adolescenza appare un compito molto complesso. “L’adolescenza, è quell’età di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, inizia con la pubertà ma la sua durata è variabile, irregolare“, dice  P. Male in Psicoterapia dell’adolescente, sottolineando così come, anzitutto, essa sia un’età di transizione, quindi di passaggio tra un ‘prima’ (l’età infantile, situazione già ben conosciuta e sperimentata) e un dopo, un qualcosa che ha ancora da venire, un futuro (l’età adulta), quindi di fatto una cosa che non si conosce e – come tutte le cose che non si conoscono – fonte di insicurezze, paure, ansie… ‘verso lo sconosciuto’. Mi sembra che ben possa descrivere tale stato una canzone, ormai datata, di Jovanotti ispirata ad un capolavoro letterario di Joseph Conrad:

“…E’ come dover saltare al di là di un fosso

Che mi divide dai tempi spensierati

Di un passato che è passato

Saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto

Di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura

Cosa sarò dove mi condurrà la mia natura?…”

[La linea d’ombra, Jovanotti]

Sembra quasi che questa età si definisca non tanto poiché ‘è – essere’, ma piuttosto attraverso una doppia negazione e cioè: l’adolescenza non è più l’età infantile e non è ancora l’età adulta. Questa caratteristica di doppia negazione, attraverso la quale si ottiene la definizione di adolescenza, ben raffigura il nocciolo essenziale dell’angoscia tipica dell’adolescente: una angoscia di ‘non identificazione’, anche se sarebbe più preciso dire una ricerca di identificazione o ri-identificazione, sia di sé (vedi le tematiche inerenti l’identità, il ruolo sessuale, lo sviluppo del corpo, ecc.) sia di sé rispetto gli altri (qui troviamo le tematiche legate alla svalutazione dei genitori e della famiglia in genere, le difficoltà dei rapporti con gli altri adulti, con i coetanei, ecc.).

“La linea d’ombra la nebbia che io vedo a me davanti

Per la prima volta nella vita mia mi trovo a saper

Quello che lascio e a non saper immaginar quello che

Trovo mi offrono un incarico di responsabilità portare

Questa nave verso una rotta che nessuno sa è la mia età

A mezz’aria in questa condizione di stabilità precaria…”

Altro aspetto da tener presente nella definizione data da Male dell’adolescenza sta nella non individuazione della sua fine (‘ la durata è variabile, irregolare’) ma solo del suo inizio (‘inizia alla pubertà’). Questo comporta che i tempi cronologici di permanenza in questa fase evolutiva possono essere molto soggettivi, individuali. Nessuna adolescenza assomiglia alle altre, sebbene si possano riscontrare alcune tematiche comuni, alcuni “compiti evolutivi”, per dirla con Pietropolli Charmet, da intraprendere necessariamente se si vuole balzare alla vita adulta.

Il primo compito di sviluppo è relativo al processo di “soggettivizzazione”  nei confronti della rete di relazioni infantili e dei suoi valori di riferimento (G. Pietropolli Charmet, “I nuovi adolescenti”).

L’adolescente deve svincolarsi dal mondo familiare regolato dagli adulti per trovare un proprio assetto mentale e valoriale indipendente ma in relazione dialogica con il primo. Diventare adulti implica primariamente uno “strappo”, un’uscita dal “nido caldo” di certezze date, per avventurarsi in una ricerca costellata di domande e passaggi insidiosi.

“…per la prima volta so cos’è la nostalgia

La commozione nel mio bagaglio panni sporchi di

Navigazione per ogni strappo un porto per ogni porto

In testa una canzone è dolce stare in mare quando son

Gli altri a far la direzione

Senza preoccupazione soltanto fare

Ciò che c’è da fare cullati dall’onda

Notturna sognare la mamma… il mare…”

Il tema che l’adolescenza pone è perciò innanzitutto etico, di responsabilità. Ciò che attraverso la separazione nasce è la capacità di rispondere di sé, ed è nell’esercizio di questa risposta che si forma l’identità: riconoscere ed assumere il proprio posto nella storia familiare e sociale.

Se questo processo accomuna tutti gli esseri umani chiamati alla vita adulta (Conrad scrisse “La linea d’ombra” nel 1916), è da sottolineare come oggi tale passaggio sia connotato da aspetti del tutto culturalmente e socialmente specifici. In passato l’ingresso nell’adultità era socialmente sancito sulla base di riti significativi di passaggio attraverso cui il ragazzo poteva entrare nella comunità adulta ed essere riconosciuto da essa come suo appartenente a tutti gli effetti. Un esempio, non troppo lontano nel tempo, è la leva militare, confine tra lo stare in famiglia e doversi allontanare per molto tempo in un mondo spesso complesso e regolato da norme ferree, il passaggio dal mondo intimo conosciuto a quello istituzionale e comunitario. Al ritorno dalla leva si era uomini pronti per entrare nel mondo del lavoro. Oggi, soprattutto per il genere maschile, i riti di passaggio sono venuti meno; neppure il temuto esame di stato di quinta superiore riesce ad avere tale funzione di spartiacque. In tal senso è come se i ragazzi siano stati privati di segni e simboli significativi capaci di sancirne ed incarnarne la crescita. D’altra parte anche il mondo cosiddetto adulto sta tentando di eliminare ogni traccia della proprio maturità, del tempo che passa, della vecchiaia e delle responsabilità che da ciò derivano. Se gli adulti non vogliono invecchiare, i ragazzi non possono adultizzarsi.

“…La faccia di mio padre prende forma sullo specchio

Lui giovane io vecchio

Le sue parole che rimbombano dentro al mio orecchio

“La vita non è facile ci vuole sacrificio

Un giorno te ne accorgerai e mi dirai se ho ragione”

Arriva il giorno in cui bisogna prendere una decisione…”

Se la crescita comporta, dunque, la rinuncia a qualcosa, ad un corpo infantile e ad un mondo affettivo ad esso legato, se l’adolescenza inizia con un lutto, è necessario interrogarsi su come il mondo adulto riesca a rapportarsi con tale tema e come lo presenti ai ragazzi. In un modo spinto dall’estremo consumismo e dall’idea che “si può avere tutto, sempre, a qualsiasi prezzo”, dove tutto è a portata e dove la fatica è demonizzata ed allontanata come il peggiore degli incidenti, come è possibile spingere i ragazzi “oltre la linea” rendendo tale salto allettante e desiderabile?

L’adolescenza odierna chiama fortemente in causa il mondo adulto, poiché sono gli adulti ad aver creato i presupposti e le condizioni per una adolescenza “interminabile”, l’età della vita più lunga in assoluto che si protrae fino al cosiddetto “giovane-adulto”. Se il compito evolutivo principale dei ragazzi è separarsi ed individuarsi dai genitori, compito dei genitori è fare da trampolino flessibile a questo processo attraverso un forte esempio di profonda maturità e responsabilità congiunto ad una esaltata gioia di vivere. La speranza e la fede non possono non indirizzare i passi degli adulti nel mostrare il senso vero ed ultimo della vita: senza di esso ogni gesto appare vuoto ed ogni passo inutile. Charmet ripete che gli adolescenti sono esseri simbolici, cioè hanno bisogno di significare ogni cosa, sono avidi di senso, non di piccole cose, ma di grandi valori. Adulti: buon cammino! O meglio, spieghiamo le vele e navighiamo al fianco dei ragazzi!

Barbara Gentili, consultorio Ucipem Cremona

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