Se nell’articolo precedente la sobrietà dei Vangeli ci ha permesso di abbozzare qualche idea sulle preoccupazioni di Maria e Giuseppe (e nostre) nei confronti di Gesù dodicenne (e dei nostri ragazzi), non così sarà per quanto riguarda l’esperienza di Gesù adolescente, di cui i Vangeli non dicono nulla. Eppure è una fase della vita che anche il Figlio di Dio ha attraversato e superato e tale silenzio, paradossalmente, ci può rimandare in certo qual modo a quel silenzio che tante volte ci prende quando ci confrontiamo sul tema dell’adolescenza. Restiamo senza parole, non perché non sappiamo che dire, ma forse perché, nonostante tutto quanto sia già stato scritto o detto, in realtà qualcosa ancora sfugge alla nostra comprensione di adulti e educatori. Veniamo continuamente interrogati e posti di fronte a questa fase della crescita così complessa, che per certi versi fatichiamo a descrivere, ma che dopo tutto ha visto coinvolti anche noi in un passato più o meno lontano e che, forse, troppo spesso ci dimentichiamo. Questo ci rimanda al mistero e all’unicità della vita umana nel suo sviluppo e al contempo ci richiama al fatto che talvolta corriamo il rischio di chiudere la nostra comprensione nella “pre–comprensione” dei fenomeni umani, secondo il criterio dell’ovvietà o dello sconforto per il non saper cosa dire e come fare. In realtà, di fronte alla mutevolezza delle condizioni sociali odierne, in ambito educativo siamo chiamati ad assumere uno sguardo lucido e sereno. Per far questo proviamo a partire da una considerazione di livello generale.

È innegabile che in questo tempo storico le relazioni umane e le dinamiche sociali, culturali e lavorative vengano vissute secondo criteri impensabili fino a pochi anni fa. Sono mutate le modalità e i tempi del cercarsi e trovarsi, le connessioni, i canali, i registri comunicativi e questo ha influito sulla simultaneità e sulla fluidità delle informazioni, delle relazioni e della vita in genere e gli adolescenti in questi ambiti per certi versi sanno muoversi meglio di noi. Tuttavia chi ricopre un ruolo educativo, presto o tardi dovrà fare i conti con una realtà assai scomoda perché, a fronte di una nuova proposta educativa, di un’esperienza di servizio o di un percorso formativo, si vivrà con la sensazione di dover ogni volta ripartire da zero, quasi come se di fronte non si avessero più le stesse persone di ieri, o comunque di pochi mesi prima. È vero che l’adolescenza è un tempo in cui andamenti di questo tipo non sono così estranei, ma è altresì vero che la fluidità sociale che sperimentiamo oggi incide inevitabilmente sul vissuto di ciascuna persona e sulle sue dinamiche del volere e del desiderare.

Per citare un esempio, è impressionante notare come certe “app” si servano di algoritmi che riescono a gestire il grado di complessità e prevedibilità dei comportamenti dell’uomo, fino ad arrivare a dare risposte a presunti bisogni, ancora prima che venga formulata una domanda specifica. La riflessione giunge spontanea e su un orizzonte più ampio: cosa succederebbe se, a lungo termine, una persona non facesse o non fosse più in grado di fare e farsi domande, perché ormai abituata a rinunciare (passivamente) al proprio volere e al proprio desiderare? Non è forse vero che col tempo correrebbe il rischio di lasciarsi vivere, o peggio, di lasciarsi morire dentro? Come educatori questa è una domanda che ci può suscitare una certa inquietudine, ma può anche diventare un punto di partenza per nuove opportunità, nuove prospettive di lettura; qui ne proponiamo due.

In questo tempo si parla molto di “ascolto”. Recuperare questa categoria ci può aiutare a riscoprire che il senso di questa parola sta nel disporci a conoscere ed accogliere una vita “che si racconta”, nonostante l’impatto iniziale possa essere il muro del silenzio, che tuttavia a suo modo …è carico di comunicazione! Conoscere una persona nel suo presente, significa conoscere la sua storia e metterla nella condizione di potersi raccontare, facendola uscire dal’’anonimato e da ogni tipo di generalizzazione e riduzione. E, non da ultimo, dalla solitudine, anch’essa frutto della nostra contemporaneità. Ascoltare, significa comprendere e far comprendere all’altro che “tu per me esisti, sei importante per me” e “desidero che tu viva”, nel senso più pieno e profondo del termine. Interessante a riguardo, è il continuo appello all’ascolto che Dio rivolge a Israele ed il Suo invito a fare memoria dell’amore fedele di cui il Popolo è stato continuamente destinatario perché, anche in mezzo a prove e tentazioni, potesse vivere e vivere felice (cfr. per es. Dt 6,2–7).

La seconda visione che ne scaturisce è un po’ la conseguenza: un cammino educativo di accompagnamento e ascolto può avere come obiettivo riscoprire insieme agli adolescenti orizzonti e desideri grandi e alti, che li entusiasmino e li possano mettere in gioco in prima persona, giorno per giorno, attraverso l’azione di impegni concreti, da protagonisti e non da semplici destinatari (o peggio, fruitori!); orizzonti che possano andare oltre il semplice “like” o la soddisfazione immediata di bisogni, talvolta effimeri e volatili. Riscoprire la forza del desiderare può significare porsi nella vita non da spettatori, né secondo il criterio dell’appiattimento sull’adesso e subito, ma secondo la prospettiva del progetto, dell’attesa, a volta della rinuncia e persino del sacrificio, ma anche del domani e… del “per sempre”.

Alcuni spunti

Sul desiderio:
BONINO, E. & RIGGIO, G. (2018). Il nome giusto delle cose. Una prospettiva per chi non si accontenta. Cinisello Balsamo (Mi): Edizioni San Paolo.
RECALCATI, M. (2014). La forza del desiderio. Magnano (Bi): Edizioni Qiqajon.

Su vocazione e desiderio:
ŠPIDLÌK, T. (2010). La vocazione. Riflessioni utili. Roma: Lipa Edizioni.

Su adolescenti:
ORIENTE, A. (2014). Adolescenti e vita di gruppo (Scheda operativa). Tredimensioni, 11(3), 325–328.

Su ascolto:
ROVERAN, R. (2014). Le virtù minori. Ascoltare, voce del verbo tacere. Tredimensioni, 11(1), 91–95.

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