Caro Vescovo Antonio,
cari ragazzi e sacerdoti in GMG!

Permettete di inviarvi questa ultima newsletter: non è fatta di informazioni né rimanda a siti di logistica, ma forse contiene il “succo” più importante di un’esperienza che abbiamo appena concluso. Sono certo che già sono iniziati i racconti: in primo luogo dell’ospitalità polacca, e poi del cibo abbondante, e poi delle migliaia di persone multicolore incontrate, e poi dei kilometri massacranti prima e dopo la giornata a Campus misericordiae… Ma sono anche certo che nel vostro dire, nel vostro guardare le cose, nel vostro ripensarvi ora a casa ci sia molto di più. E allora che dire se non “dzienkuje” – grazie per quanto condiviso in terra polacca? Come non essere grati per IMG_8324chi ci ha accompagnati, chi ci ha ospitati e ci ha seguiti, anche da lontano con la preghiera, il sostegno ed il lavoro silenzioso? Come non accorgersi che in circostanze come questa si vive un’esperienza diretta, preziosa e forte della vita della Chies, del suo stile più vero, fatto di condivisione e servizio, di fraternità che non divide, ma che unisce? Come non benedire il tempo trascorso insieme non da turisti, ma da pellegrini, come fratelli in mezzo ad altri fratelli che né lingua né sapori né tradizioni diversi hanno potuto far ammutolire?
Davvero grazie a tutti voi per la pazienza e la fiducia, a volte messe alla prova dalle condizioni tipiche di ogni gmg, ma certo ripagate da una generosità inattesa e per questo molto più viva e forte!
Ora inizia il tempo dell’”oggi”, quello quotidiano, lontano dal “campus” polacco, ma molto vicino alle strade, ai volti, alle provocazioni di ogni giorno. Ecco allora l’augurio: che nessuno si spenga o resti indietro, che nessuno dimentichi troppo in fretta, che nessuno resti attaccato ad un ricordo, ma ne faccia vero tesoro “spendendolo” qui ed adesso, domani e sempre, perché la misericordia ricevuta si trasformi in dono altrettanto gratuito.

Siamo tornati!

IMG_8355Si è appena conclusa un’altra GMG (per molti la prima, per altri, più veterani, la terza… la quarta… la quinta) e già si percepisce il gusto un poco amaro dell’assenza, proprio quando ci si accorge che il tempo passa, inesorabile, e “consuma” gli attimi di un incontro, di una emozione e di una vicinanza. Il viaggio in notturna della scorsa notte ha fatto risvegliare i ragazzi cremonesi già quasi in territorio austriaco: la Polonia sembrava già così lontana; altra moneta, altra lingua sui cartelli autostradali e nelle aree di sosta, altro paesaggio. Una distanza si era ormai consumata; per certi versi giusta, perché imparassimo ancora una volta quella “giustizia degli affetti” che non pretende di legare e fissare in un attimo, ma lascia vivere, ama e consegna: come ci hanno insegnato, nella gratuità, i nostri padroni di casa polacchi, capaci di un servizio instancabile e libero, forte e discreto, preciso e gioviale, fedele e caparbio. E mentre ci si trovava in casa d’altri a sperimentare la bellezza concreta di una chiesa che si apre perché riconosce che non esistono stranieri irriducibili, ma solo fratelli degni di essere accolti, si sono intrecciate con i nostri vissuti, le camminate, le attese snervanti di autobus poi spariti o di tram stracarichi di ragazzi, le parole di Francesco e gli insegnamenti di suoi due confratelli: il vescovo Nazzareno di Macerata e il vescovo Antonio. il primo l’abbiamo sentito vicinissimo, benché agli occhi non apparisse che un piccolo segmento di qualche millimetro, “rapito” da un palco che fatalmente lo separava dai ragazzi. Ma le sue parole, quelle, le abbiamo davvero ascoltate: quando ha confessato la sua rabbia davanti ai giovani “pensionati”, quando ha abbracciato le storie di riscatto e amore rinnovato di giovani vite; quando ha taciuto – proprio come noi – percorrendo le vie cartesiane di Auschwitz, dove tutto è ancora mortalmente al suo posto; quando ha riferito ai più giovani la vicenda di Zaccheo e quel suo cambiar vita perché un pezzo di mondo potesse cambiare, allora come oggi. Le sue parole sono state una denuncia della paralisi, delle vite-museo, della chiusura e del potere devastante dei divani che anestetizzano; ma sono state anche e soprattutto uno sprone alla costruzione di ponti, alla passione per orizzonti nuovi, al lasciare impronte e usare per il bene mani intelligenti. Dal canto loro i vescovi Nazzareno ed Antonio ci hanno ricordato che la misericordia, tanto cantata per le strade polacche in tutte le lingue del mondo, non è né un mantra né una formula magica, quanto piuttosto una verità vitale che cerca casa in noi, che attende un riconoscimento e una traduzione in stile. Se vuole sopravvivere, il mondo non può consegnarsi né alla violenza cieca né alla vendetta disumana: la storia attende la fraternità, la desidera oltre le difese e i meccanismi psicologici del narcisismo che giudica o della paura che si difende.

Abbiamo gratitudine nel cuore

IMG_8263L’abbiamo ripetuto tante volte: nelle famiglie, in parrocchia, tra di noi o quando i volontari di Wola a mezzanotte ancora ci aspettavano per un the caldo o una fetta di torta alla ricotta: “grazie”. Ed è la gratitudine il volto più concreto della misericordia: non sono un chinarsi verso chi è di meno, ma soprattutto un farlo entrare, un ospitarlo, un tenerselo a cuore. E così è stato. Ed è stata, ancora una volta, chiesa.

Guardiamo ad oggi, verifica della GMG

Ed ora in Italia? Certo nulla cambierà con il tocco magico di una formula. Eppure siamo convinti che quanto abbiamo sperimentato, si sedimenterà e porterà frutto, nella misura che solo la sapienza evangelica conosce, senza alcun giudizio sprezzante sulla giovane età dell’uno o sui limiti dell’altro. Una cosa sola sappiamo: che quel mondo in attesa di entusiasmi e decisioni di bene da parte dei giovani, c’è davvero ed è il nostro, l’unico esistente, dove va costruita la stoffa dell’umano. Papa Francesco ha riconsegnato le diverse metafore impiegate nei giorni di GMG alla concreta storia di ciascuno, perché una lotta di bene e una scelta di pace si profilino in ciascuno. Da qui ripartiamo, nel racconto grato in parrocchia, nelle feste degli Oratori, tra amici e parenti; da qui, da questo “oggi” che nessuno può strapparci di mano, come quella libertà che Francesco ha così vigorosamente riconsegnato al “sì” di ogni giovane. Tra Cracovia e Panama – sede della prossima GMG nel 2019 – non scorgiamo solo una cronologia di tre anni, ma vediamo anche la geografia delle nostre strade cremonesi, delle nostre relazioni ecclesiali, del nostro cammino che è esattamente la consegna per noi della vita vera.
Buon cammino!
Don Paolo

Le parole di Francesco

Dal saluto che Francesco ha rivolto ai giovani in Polonia:

E Gesù è Colui che ci ha convocati a questa trentunesima Giornata Mondiale della Gioventù; è Gesù che ci dice: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Beati sono coloro che sanno perdonare, che sanno avere un cuore compassionevole, che sanno dare il meglio agli altri; il meglio, non quello che avanza: il meglio!
Cari giovani, in questi giorni la Polonia, questa nobile terra, si veste a festa; in questi giorni la Polonia vuole essere il volto sempre giovane della Misericordia. Da questa terra con voi e anche uniti a tanti giovani che oggi non possono essere qui, ma che ci accompagnano attraverso i vari mezzi di comunicazione, tutti insieme faremo di questa giornata una vera festa giubilare, in questo Giubileo della Misericordia.
Nei miei anni vissuti da Vescovo ho imparato una cosa – ne ho imparate tante, ma una voglio dirla adesso -: non c’è niente di più bello che contemplare i desideri, l’impegno, la passione e l’energia con cui tanti giovani vivono la vita. Questo è bello! E da dove viene questa bellezza? Quando Gesù tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi sono capaci di azioni veramente grandiose.
Voglio anche confessarvi un’altra cosa che ho imparato in questi anni. Non voglio offendere nessuno, ma mi addolora incontrare giovani che sembrano “pensionati” prima del tempo. Questo mi addolora. Giovani che sembra che siano andati in pensione a 23, 24, 25 anni. Questo mi addolora. Mi preoccupa vedere giovani che hanno “gettato la spugna” prima di iniziare la partita. Che si sono “arresi” senza aver cominciato a giocare. Per questo, cari amici, ci siamo riuniti per aiutarci a vicenda, perché non vogliamo lasciarci rubare il meglio di noi stessi, non vogliamo permettere che ci rubino le energie, che ci rubino la gioia, che ci rubino i sogni con false illusioni.

Le uniche parole che Francesco ha voluto pronunciare ad Auschwitz

Signore, abbi pietà del tuo popolo! Signore, perdono per tanta crudeltà!

L’intervento alla Via crucis di venerdì 29 al parco di Blonia

«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

IMG_8386Queste parole di Gesù vengono incontro all’interrogativo che più volte risuona nella nostra mente e nel nostro cuore:

“Dov’è Dio?”. Dov’è Dio, se nel mondo c’è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati? Dov’è Dio, quando persone innocenti muoiono a causa della violenza, del terrorismo, delle guerre? Dov’è Dio, quando malattie spietate rompono legami di vita e di affetto? O quando i bambini vengono sfruttati, umiliati, e anch’essi soffrono a causa di gravi patologie? Dov’è Dio, di fronte all’inquietudine dei dubbiosi e degli afflitti nell’anima? Esistono domande per le quali non ci sono risposte umane. Possiamo solo guardare a Gesù, e domandare a Lui. E la risposta di Gesù è questa: “Dio è in loro”, Gesù è in loro, soffre in loro, profondamente identificato con ciascuno. Egli è così unito ad essi, quasi da formare “un solo corpo”.

Ripercorrendo la Via Crucis di Gesù, abbiamo riscoperto l’importanza di conformarci a Lui, mediante le 14 opere di misericordia. Esse ci aiutano ad aprirci alla misericordia di Dio, a chiedere la grazia di capire che senza misericordia la persona non può fare niente, senza la misericordia io, tu, noi tutti non possiamo fare niente. Guardiamo anzitutto alle sette opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire chi è nudo, dare alloggio ai pellegrini, visitare gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo. Siamo chiamati a servire Gesù crocifisso in ogni persona emarginata, a toccare la sua carne benedetta in chi è escluso, ha fame, ha sete, è nudo, carcerato, ammalato, disoccupato, perseguitato, profugo, migrante. Lì troviamo il nostro Dio, lì tocchiamo il Signore. Ce l’ha detto Gesù stesso, spiegando quale sarà il “protocollo” in base al quale saremo giudicati: ogni volta che avremo fatto questo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Lui (cfr Mt 25,31-46).
Alle opere di misericordia corporale seguono quelle di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Non nelle idee, lì!
Oggi l’umanità ha bisogno di uomini e di donne, e in modo particolare di giovani come voi, che non vogliono vivere la propria vita “a metà”, giovani pronti a spendere la vita nel servizio gratuito ai fratelli più poveri e più deboli, a imitazione di Cristo, che ha donato tutto sé stesso per la nostra salvezza. Di fronte al male, alla sofferenza, al peccato, l’unica risposta possibile per il discepolo di Gesù è il dono di sé, anche della vita, a imitazione di Cristo; è l’atteggiamento del servizio. Se uno – che si dice cristiano – non vive per servire, non serve per vivere. Con la sua vita rinnega Gesù Cristo.

Questa sera, cari giovani, il Signore vi rinnova l’invito a diventare protagonisti nel servizio; vuole fare di voi una risposta concreta ai bisogni e alle sofferenze dell’umanità; vuole che siate un segno del suo amore misericordioso per il nostro tempo! Per

Abbiamo ascoltato tre testimonianze; abbiamo toccato, con i nostri cuori, le loro storie, le loro vite. Abbiamo visto come loro, al pari dei discepoli, hanno vissuto momenti simili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse. La paura e l’angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità. Loro hanno condiviso con noi la stessa esperienza che fecero i discepoli, hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto. Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, come abbiamo visto [nella coreografia], tutti chiusi in quelle piccole stanzette di vetro.
Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da ideIMG_8410ntificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO / KANAPA! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” / “kanapa-szczęście” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù. “E perché succede questo, Padre?”. Perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti. L’altro ieri, parlavo dei giovani che vanno in pensione a 20 anni; oggi parlo dei giovani addormentati, imbambolati, intontiti, mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere, di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Voi, vi domando, domando a voi: volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? [No!] Volete che altri decidano il futuro per voi? [No!] Volete essere liberi? [Sì!] Volete essere svegli? [Sì!] Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!] Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!]. Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare? Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte, mai al museo.
Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti.

L’omelia sul Vangelo di Zaccheo che incontra Gesù

l’incontro di Zaccheo con Gesù gli cambia la vita, come è stato e ogni giorno può essere per ciascuno di noi. Zaccheo, però, ha dovuto affrontare alcuni ostacoli per incontrare Gesù. Non è stato facile, per lui, ha dovuto affrontare alcuni ostacoli, almeno tre, che possono dire qualcosa anche a noi.
Il primo è la bassa statura: Zaccheo non riusciva a vedere il Maestro perché era piccolo. Anche oggi possiamo correre il rischio di stare a distanza da Gesù perché non ci sentiamo all’altezza, perché abbiamo una bassa considerazione di noi stessi. Questa è una grande tentazione, che non riguarda solo l’autostima, ma tocca anche la fede. Perché la fede ci dice che noi siamo «figli di Dio, e lo siamo realmente» (1 Gv 3,1): siamo stati creati a sua immagine; Gesù ha fatto sua la nostra umanità e il suo cuore non si staccherà mai da noi; lo Spirito Santo desidera abitare in noi; siamo chiamati alla gioia eterna con Dio! Questa è la nostra “statura”, questa è la nostra identità spirituale: siamo i figli amati di Dio, sempre. Capite allora che non accettarsi, vivere scontenti e pensare in negativo significa non riconoscere la nostra identità più vera: è come girarsi dall’altra parte mentre Dio vuole posare il suo sguardo su di me, è voler spegnere il sogno che Egli nutre per me. Dio ci ama così come siamo, e nessun peccato, difetto o sbaglio gli farà cambiare idea. Per Gesù – ce lo mostra il Vangelo – nessuno è inferiore e distante, nessuno insignificante, ma tutti siamo prediletti e importanti: tu sei importante! E Dio conta su di te per quello che sei, non per ciò che hai: ai suoi occhi non vale proprio nulla il vestito che porti o il cellulare che usi; non gli importa se sei alla moda, gli importi tu, così come sei. Ai suoi occhi vali e il tuo valore è inestimabile.
Quando nella vita ci capita di puntare in basso anziché in alto, può aiutarci questa grande verità: Dio è fedele nell’amarci, persino ostinato. Ci aiuterà pensare che ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi, che crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi, che “fa sempre il tifo” per noi come il più irriducibile dei tifosi. Sempre ci attende con speranza, anche quando ci rinchiudiamo nelle nostre tristezze, rimuginando continuamente sui torti ricevuti e sul passato. Ma affezionarci alla tristezza non è degno della nostra statura spirituale! E’ anzi un virus che infetta e blocca tutto, che chiude ogni porta, che impedisce di riavviare la vita, di ricominciare. Dio, invece, è ostinatamente speranzoso: crede sempre che possiamo rialzarci e non si rassegna a vederci spenti e senza gioia. E’ triste vedere un giovane senza gioia. Perché siamo sempre i suoi figli amati. Ricordiamoci di questo all’inizio di ogni giornata. Ci farà bene ogni mattina dirlo nella preghiera: “Signore, ti ringrazio perché mi ami; sono sicuro che tu mi ami; fammi innamorare della mia vita”. Non dei miei difetti, che vanno corretti, ma della vita, che è un grande dono: è il tempo per amare ed essere amati.
Zaccheo aveva un secondo ostacolo sulla via dell’incontro con Gesù: la vergogna paralizzante. Su questo abbiamo detto qualcosa ieri sera. Possiamo immaginare che cosa sia successo nel cuore di Zaccheo prima di salire su quel sicomoro, ci sarà stata una bella lotta: da una parte una curiosità buona, quella di conoscere Gesù; dall’altra il rischio di una tremenda figuraccia. Zaccheo era un personaggio pubblico; sapeva che, provando a salire sull’albero, sarebbe diventato ridicolo agli occhi di tutti, lui, un capo, un uomo di potere, ma tanto odiato. Ma ha superato la vergogna, perché l’attrattiva di Gesù era più forte. Avrete sperimentato che cosa succede quando una persona diventa tanto attraente da innamorarsene: allora può capitare di fare volentieri cose che non si sarebbero mai fatte. Qualcosa di simile accadde nel cuore di Zaccheo, quando sentì che Gesù era talmente importante che avrebbe fatto qualunque cosa per Lui, perché Lui era l’unico che poteva tirarlo fuori dalle sabbie mobili del peccato e della scontentezza. E così la vergogna che paralizza non ha avuto la meglio: Zaccheo – dice il Vangelo – «corse avanti», «salì» e poi, quando Gesù lo chiamò, «scese in fretta». Ha rischiato, si è messo in gioco. Questo è anche per noi il segreto della gioia: non spegnere la curiosità bella, ma mettersi in gioco, perché la vita non va chiusa in un cassetto. Davanti a Gesù non si può rimanere seduti in attesa con le braccia conserte; a Lui, che ci dona la vita, non si può rispondere con un pensiero o con un semplice “messaggino”!
Cari giovani, non vergognatevi di portargli tutto, specialmente le debolezze, le fatiche e i peccati nella Confessione: Lui saprà sorprendervi con il suo perdono e la sua pace. Non abbiate paura di dirgli “sì” con tutto lo slancio del cuore, di rispondergli generosamente, di seguirlo! Non lasciatevi anestetizzare l’anima, ma puntate al traguardo dell’amore bello, che richiede anche la rinuncia, e un “no” forte al doping del successo ad ogni costo e alla droga del pensare solo a sé e ai propri comodi.
Dopo la bassa statura, dopo vergogna paralizzante, c’è un terzo ostacolo che Zaccheo ha dovuto affrontare, non più dentro di sé, ma attorno a sé. È la folla mormorante, che prima lo ha bloccato e poi lo ha criticato: Gesù non doveva entrare in casa sua, in casa di un peccatore! Quanto è difficile accogliere davvero Gesù, quanto è duro accettare un «Dio, ricco di misericordia». Potranno ostacolarvi, cercando di farvi credere che Dio è distante, rigido e poco sensibile, buono con i buoni e cattivo con i cattivi. Invece il nostro Padre «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» e ci invita al coraggio vero: essere più forti del male amando tutti, persino i nemici. Potranno ridere di voi, perché credete nella forza mite e umile della misericordia. Non abbiate timore, ma pensate alle parole di questi giorni: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». Potranno giudicarvi dei sognatori, perché credete in una nuova umanità, che non accetta l’odio tra i popoli, non vede i confini dei Paesi come delle barriere e custodisce le proprie tradizioni senza egoismi e risentimenti. Non scoraggiatevi: col vostro sorriso e con le vostre braccia aperte voi predicate speranza e siete una benedizione per l’unica famiglia umana, che qui così bene rappresentate!
La folla, quel giorno, ha giudicato Zaccheo, lo ha guardato dall’alto in basso; Gesù, invece, ha fatto il contrario: ha alzato lo sguardo verso di lui. Lo sguardo di Gesù va oltre i difetti e vede la persona; non si ferma al male del passato, ma intravede il bene nel futuro; non si rassegna di fronte alle chiusure, ma ricerca la via dell’unità e della comunione; in mezzo a tutti, non si ferma alle apparenze, ma guarda al cuore. Gesù guarda il nostro cuore, il tuo cuore, il mio cuore. Con questo sguardo di Gesù, voi potete far crescere un’altra umanità, senza aspettare che vi dicano “bravi”, ma cercando il bene per sé stesso, contenti di conservare il cuore pulito e di lottare pacificamente per l’onestà e la giustizia. Non fermatevi alla superficie delle cose e diffidate delle liturgie mondane dell’apparire, dal maquillage dell’anima per sembrare migliori. Invece, installate bene la connessione più stabile, quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi. E quella gioia che gratuitamente avete ricevuto da Dio, per favore, gratuitamente donatela, perché tanti la attendono! E la attendono da voi.
Ascoltiamo, infine, le parole di Gesù a Zaccheo, che sembrano dette apposta per noi oggi, per ognuno di noi: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». “Scendi subito, perché oggi devo fermarmi con te. Aprimi la porta del tuo cuore”. Gesù ti rivolge lo stesso invito: “Oggi devo fermarmi a casa tua”. La GMG, potremmo dire, comincia oggi e continua domani, a casa, perché è lì che Gesù vuole incontrarti d’ora in poi. Il Signore non vuole restare soltanto in questa bella città o nei ricordi cari, ma desidera venire a casa tua, abitare la tua vita di ogni giorno: lo studio e i primi anni di lavoro, le amicizie e gli affetti, i progetti e i sogni. Quanto gli piace che nella preghiera tutto questo sia portato a Lui! Quanto spera che tra tutti i contatti e le chat di ogni giorno ci sia al primo posto il filo d’oro della preghiera! Quanto desidera che la sua Parola parli ad ogni tua giornata, che il suo Vangelo diventi tuo, e che sia il tuo “navigatore” sulle strade della vita!

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