Alcune considerazioni in margine all’ultima pubblicazione di F. Garelli

Dopo la pubblicazione di Dio a modo mio (2015), un altro testo di matrice sociologica merita di essere letto, studiato e preso sul serio. Si tratta di Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio? di Franco Garelli (Ed. Il Mulino – giugno 2016), “mostro sacro” della sociologia della religione in Italia.

Una precisazione immediata: come per la pubblicazione del Toniolo, anche questa – edita lo scorso giugno dal Mulino – non presenta dati né sconcertanti né rivoluzionari, ma ha il merito di consegnare un punto di vista aggiornato circa il panorama della religiosità giovanile italiana, “costringendo” ancora una volta a considerazioni da un lato faticose e costose, dall’altro prospettiche e liberanti.

L’universo giovanile che emerge dalla ricerca e dalla seguente pubblicazione, è decisamente figlio depiccoli atei crescono modificatal suo tempo: respira una cultura che da tempo tutti sono abituati a definire paradossale, liquida, mobile, incerta e frammentaria… in una parola post-moderna, dove il post denuncia tutti i limiti della non chiarezza. Utili alcune categorie che vengono rilanciate da Garelli e collaboratori: a fronte del mondo spirituale i giovani sono tratteggiabili come alieni, naufraghi,
secolarizzati, convinti
e intermittenti (la maggior parte); una buona metà di intervistati che dichiara di essere “senza Dio”, tra indifferenza e rimozione motivata, e un’altra metà del campione che rifiuta di essere etichettato come generazione incredula; si riequilibra il gap di genere (non è più così sbilanciata la credenza sul versante femminile); sembra interrotta la catena di formazione-testimonianza di fede dei genitori (l’età di mezzo contemporanea); si rimarca una lettura soggettiva ed “olistica” della credenza, poco sovrapponibile o assimilabile all’idea tradizionale di una fede cui si possa abbinare un contenuto storico-dogmatico preciso e quasi “automatico”, frutto dell’eco catechistica; si evidenzia la fatica maggiore nel riconoscersi appartenenti ad un cammino comunitario ecclesiale, avvertito come custode di un passato rigido e poco decodificabile.

Ovviamente il testo non può non toccare il cuore di tutto, ovvero la “posizione” o il “dinamismo” dei giovani davanti e dentro il binomio fede-spiritualità: che cos’è infatti “fede”? Quale utilità, o meglio plausibilità  può ancora essere riservata alla fede? Quali riscritture la soggettività così marcata ed esposta comporta sul concetto stesso della spiritualità (sinora costellata di percorsi, tappe, strumenti e forme)? Come già più volte riscontrato altrove, si confermano alcuni snodi di interpretazione (riflessa o meno) presso la cultura giovanile: una spiritualità anche senza religione, un nomadismo dei simboli e delle appartenenze, una sfiducia (frutto anche di rielaborazione) dei codici degli adulti, una fede anche senza Chiesa, una fatica nel dirsi credenti  nonostante la dichiarazione di libertà nel pluralismo. In estrema sintesi: molte sfaccettature che solo in parte si limitano a aridi numeri percentuali; ciascuno “racconta” piuttosto di un vissuto, verificabile anche negli ambienti educativi delle parrocchie e delle associazioni.

Si spera che queste considerazioni – accanto ad altre analoghe – potranno essere riprese e – perché no? – diventare anche un poco la “materia” di confronto e dialogo nel percorso sinodale che si aprirà a breve.

Solo qualche considerazione di natura più “pastorale” che emerge con forza alla lettura del testo:

  • il lavoro pastorale, ovvero la relazione, la proposta, lo stile ed il confronto, sono tutt’altro che tempo perso, se sta quel riconoscimento (statisticamente rilevante) di una bellezza del credere. I giovani sembrano comunque desiderarlo ed apprezzarlo, soprattutto nella forma delle scelte di vita e della capacità di relazione, nella forma “benedicente” e propositiva di chi si presenta come appartenente ad una fede. Una nostalgia (agostiniana)? Una ricerca di autenticità e completezza?
  • la “forma della fede” (e quindi la sua plausibilità, il suo posto, la sua “utilità”) resta la questione cruciale: i giovani riconoscono una sua plausibilità dinanzi ai valori ormai smarriti (di cui avvertono l’assenza) e alle questioni del “senso ultimo” dell’esistere, e c’è da chiedersi quali modelli spirituali la pastorale giovanile stia perseguendo. Insomma: quale posto assegnare alla preghiera e alla Parola? Quali motivazioni di senso per gli stili cristiani? Quale “posto” per il credere: nell’angolo residuale di una pratica a-storica (e magari magica) o negli spazi della gratuità e dell’”esserci per”? Può essere per la pastorale giovanile plausibile lavorare in questa direzione, facendo riemergere la narrazione fondativa, il racconto dell’esistere e del suo senso, prima ancora che rimotivare drasticamente alle pratiche? Ciò suppone ovviamente che i due interlocutori, il mondo pastorale e l’universo giovanile, possano stimarsi, volersi bene, incontrarsi e parlarsi… non equivocando né sulla stima né sulle forme comunicative.
  • mentre la ricerca-pubblicazione non sembra pensarci molto, resta decisivo per la pastorale anche la “forma del tempo giovanile”, ovvero gli spazi realisticamente abitabili dalla relazione e dalla proposta, compresi la comunicazione e i suoi contenuti (solo vie emotive? Solo pillole dogmatiche? Resta il tempo per un approfondimento culturale, necessariamente più ampio e faticoso?), oltre un uso deteriore di schemi apologetici.
  • anche l’appartenenza (un tema sociologicamente forse più scontato) è per la pastorale classica un problema: perché le Chiese si concepiscono come assemblee storiche, come “comunità”, e perché non si rinuncia facilmente ad una (sana) antropologia che fa delle relazioni stabili uno dei fondamenti dell’umano. Da più parti si invoca una comunità cristiana più prossima, accogliente ed empatica. Ma la comunità ecclesiale sarà in grado di rispettare la distanza generazionale? Saprà annunciare un fascino ed una bellezza senza scadere nella “tentazione della costrizione”? Il tema della “violenza e della libertà”, oggi riconosciuto “solo” a fatti si spera lontani e generati da altre culture anche religiose, è un passaggio delicato e serio anche qui, nella prassi pastorale di chi scrive e legge. Perché accoglienza e calore per i giovani non possono prescindere dal faticoso riconoscimento di libertà anche imperfette e di percorsi non canonici. E perché questa delicatezza sia onorata, occorre aprire con altrettanta serietà il capitolo degli “operatori pastorali” che si dedicano alla relazione, idealmente immersi tra “deserto dei tartari” e “centrifughe di cose da fare”.

Tutti temi di discussione che cercano non giudici spietati, ma servi appassionati.

 

Share This

Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Continuando la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie. Informativa Cookies

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi