Lo ammetto: lo si prendeva un po’ in giro perché era il “presidente”. Lui ci scherzava sopra, sapendo che un’amicizia profonda e serena ci legava. Si sapevano anche le sue fatiche che ora, in piccola misura si condividono in un servizio alla Chiesa diocesana; se ne apprezzavano da sempre umanità e umiltà, tratti in lui evidenti, resi ancora più delineati dal fatto che purtroppo di queste due anime dell’umano in giro ce ne sono sempre meno. Lo abbiamo visitato con il logo del sinodo dei giovani, sentendo dalla sua voce, flebile, eppure presente “bello, molto bello”, accompagnata da un sorriso che sembrava dirti “auguri, perché so che non sarà facile”. Gli abbiamo strappato con un po’ di forza la benedizione prima di partire per la GMG a Cracovia, mentre lui stava vivendo un momento di grande desolazione e fatica.

Stiamo piangendo, in forme diverse eppure consonanti, il suo ultimo viaggio , quello definitivo, tanto più intenso e profondo perché lo crediamo libero dalla costrizione della paralisi, dei respiratori e dei monitors. Crediamo nello Spirito che il Signore lo abbia rialzato e lo abbia condotto con sé, finalmente libero di tornare a camminare e dilatare la sua umanità nella comunione in cui ha sempre sperato.
Me lo immagino anche oggi come allora: eravamo in Spagna, nei pressi di Madrid, per la GMG del 2011; ci incrociamo e lui mi sgancia le chiavi delle palestre che avrebbero ospitato i giovani cremonesi. Poco prima eravamo entrati agli alloggi con il Vescovo Dante e lui stesso e la foto curiosa di quel momento è appesa sopra la mia scrivania. Me lo rivedo ancora oggi, nel gesto che solo i buoni d’animo possono compiere e che invece è ignoto agli ignoranti, ai gretti e ai paurosi: me lo vedo consegnare un lavoro, dire “vai avanti”, “adesso tocca a te”, nella fiducia che tutti insieme costruiamo e che nessuno arriva o va per distruggere, ferire e saccheggiare. Me lo vedo qui, davanti a me, tra di noi dell’ufficio per la pastorale giovanile in cui è ritornato accolto e benvoluto, perché amato nella continuità di un ministero che sa chi è, ovvero sa che è plurale e fraterno. Gli diciamo ancora con forza “grazie”: per la vita spesa sino all’ultimo, per la vicinanza da fratello maggiore, per la cucitura paziente e feconda di rapporti non sempre facili, dalle sue comunità che ora lo piangono alla grande famiglia di ODL che in questi mesi non ha mai smesso di cercarlo e stargli vicino. Gli diciamo ancora “grazie” per lo stile che ha insegnato e che a stento persone meno buone di lui cercano di portare avanti, credendo nella comunione.
Ora si aprono gli spazi, più diretti e sereni, della comunione dei santi. E quanto desidereremmo, caro don Giampaolo, che tu potessi sostenerci ancora con la tua presenza! Ne abbiamo bisogno. Consideralo l’esito più bello e fecondo del tuo ministero e dell’affetto che sempre hai portato per noi: un affetto forte e serio, che ha saputo trasformarsi in ministero, in servizio, in desiderio di bene. La tua benedizione ci accompagni. Ed ora che puoi tornare a camminare, stringere, abbracciare e gustare la pienezza della vita, restaci accanto perché la tua fecondità continui in noi e oltre noi.

 

d. Paolo e lo staff Focr

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